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La percezione degli altri: l’importanza delle prime impressioni

Immagine2“L’abito non fa il monaco” dice il proverbio, eppure tutti noi quando incontriamo un’altra persona o quando semplicemente la osserviamo costruiamo una prima impressione su di essa. Anche se razionalmente sappiamo che le prime impressioni sono superficiali e che dovremmo andare oltre, spesso non abbiamo la possibilità di farlo e anche quando sarebbe possibile non lo facciamo. Dobbiamo inoltre essere consapevoli del fatto che una volta costruita un’opinione sugli altri non è affatto facile modificarla.

Siamo naturalmente portati a pensare che l’aspetto delle persone e quello che le persone dicono e fanno riflettano caratteristiche della loro personalità, il loro stile di vita o le loro preferenze personali. Questo succede perché crescendo accumuliamo nella nostra memoria moltissime conoscenze sulle caratteristiche delle persone, sulle situazioni, sui gruppi sociali e queste informazioni ci influenzano e ci forniscono una sorta di guida rapida per orientarci nella vita quotidiana.

Le prime impressioni si basano principalmente su tre elementi.

  • L’aspetto fisico è il primo e spesso il solo indizio a nostra disposizione e possiamo attribuirvi molti significati. Ad esempio gli occhiali possono farci pensare a una persona intellettuale, giacca e cravatta a una persona distinta, un viso dai tratti infantili a una persona gentile e onesta. Anche se razionalmente sappiamo che queste associazioni non sono sempre veritiere, quando incontriamo uno sconosciuto automaticamente facciamo affidamento su questi indizi per orientarci. Anche se può sembrarci un atteggiamento molto superficiale, si tratta di un meccanismo che spesso si rivela utile: se ad esempio vediamo una persona dall’aria minacciosa e con un’arma in mano siamo subito in grado di capire che dobbiamo scappare. Che ci piaccia o no sappiamo che il nostro aspetto fisico è la prima cosa che appare e infatti di solito nelle occasioni in cui vogliamo fare buona impressione tendiamo a curarlo maggiormente.
  • Il comportamento non verbale, dunque elemenqui quali  l’espressione del viso, lo sguardo, il tono di voce, la postura, possono trasmettere molte informazioni. Possiamo preferire le persone che mentre parliamo si pongono di fronte a noi e annuiscono perché interpretiamo ciò come interesse verso di noi. Chi ci guarda spesso negli occhi può sembrare cordiale e onesto, mentre chi evita lo sguardo può apparire scortese, sfuggente o timido. Se una persona sconosciuta ci guarda in modo insistente o ci si avvicina troppo a noi possiamo pensare che sia invadente o ostile. Spesso siamo poco consapevoli dell’effetto che il nostro comportamento non verbale può avere sugli altri.
  • I comportamenti, dunque ciò che una persona fa, vengono solitamente interpretati come se riflettessero aspetti della sua personalità. Questo accade soprattutto con alcuni particolari comportamenti: facilmente penseremo che chi fa volontariato sia altruista, che chi ruba sia disonesto e che chi picchia sia un violento.

Ci sono indizi che più di altri catturano la nostra attenzione, perchè sono nuovi, appariscenti, diversi nel contesto in cui ci troviamo. Un uomo vestito in modo elegante che spinge un passeggino probabilmente attirerà la nostra attenzione per il suo abito se ci troviamo a una festa per bambini. Potremmo pensare che sia una persona formale e sostenuta. Se invece ci troviamo a una cena di lavoro la nostra attenzione potrebbe essere attirata dal passeggino e potremmo pensare che quell’uomo sia un padre molto affezionato al suo bambino o che non abbia trovato una baby sitter disponibile a tenere il figlio per quella sera.

In realtà gli indizi che usiamo per costruire prime impressioni sugli altri non hanno significato di per sé, non indicano direttamente caratteristiche di personalità: siamo noi che in modo rapido e spontaneo li interpretiamo in base alle conoscenze che abbiamo accumulato.

I pensieri che abbiamo in mente in quel momento, le aspettative, l’umore, le motivazioni sono tutti elementi che possono portarci a interpretare uno stesso indizio in un modo piuttosto che in altro. Inoltre di solito più usiamo un certo concetto per interpretare gli indizi, più quel concetto diventerà automatico e più un pensiero è recente più tenderà ad influenzarci. Ad esempio è più probabile interpretare come ostilità i comportamenti altrui se siamo arrabbiati, se siamo in competizione con quella persona, se nella vita abbiamo sperimentato molte situazioni negative, di pericolo e minaccia, o subito dopo aver visto un film particolarmente aggressivo.

Un altro elemento che ci aiuta a interpretare gli indizi è il contesto in cui ci troviamo, perché ci fornisce altre informazioni utili a interpretare il comportamento e l’aspetto altrui.

esempio sociale

Dunque partendo dall’aspetto, dal comportamento e dal comportamento non verbale degli altri selezioniamo gli indizi più salienti e attiviamo delle immagini mentali che ci permettono di fare delle interpretazioni in termini di tratti della personalità.

Si tratta di un processo superficiale che può comportare degli errori. Razionalmente sappiamo che un comportamento può avere molte ragioni diverse e per questo a volte ci sforziamo di andare oltre le prime impressioni, provando a trovare una causa al comportamento altrui.

Ci sono comportamenti che ci sembrano legati a determinate cause in modo ovvio e automatico, soprattutto se quella situazione ci è familiare e dunque riconosciamo i comportamenti normali in quel contesto. Ad esempio se vediamo una persona piangere a un funerale potremo facilmente pensare che pianga perchè in quel momento è triste. E’ più difficile dare una spiegazione a un comportamento imprevisto rispetto a ciò che consideriamo normale in quella situazione.

In questo processo di ricerca di cause e spiegazioni siamo influenzati da alcuni elementi, come la cultura di appartenenza, il fatto che una certa spiegazione ci venga in mente più velocemente o in modo più lampante, la situazione contingente in cui quel comportamento si è verificato.

Se in ufficio vediamo un collega che si mangia le unghie mentre aspetta di parlare con il capo possiamo pensare che sia una persona nervosa. Facendo uno sforzo in più, soffermandoci su quella particolare situazione, potremmo renderci conto che il nostro collega non è una persona nervosa in generale, ma è nervoso in quello specifico momento.

Nervosismo

Il problema è che ragionare per correggere le nostre prime impressioni richiede tempo ed energia, dunque spesso non lo facciamo o lo facciamo in modo superficiale.

Se vogliamo farci un’idea più accurata dell’altro inoltre dobbiamo mettere insieme tutti i diversi indizi raccolti in un’immagine sufficientemente coerente. Una persona che lavora in banca, si vanta di guidare automobili costose e nel tempo libero fa teatro e volontariato può sembrarci al contempo una seria e impostata, vanitosa e materialista, creativa e altruista. Come possiamo mettere insieme in modo coerente queste informazioni?

Innanzitutto costruiamo vere e proprie teorie implicite di personalità: in base alle esperienze di vita e alla cultura di appartenenza tendiamo a pensare che certe caratteristiche vadano insieme. Se fa volontariato sarà generoso e anche socievole, se ha rubato è disonesto e sarà anche egoista, se fa sport estremi sarà coraggioso e quindi anche sicuro di sé.

In secondo luogo raggruppiamo le caratteristiche simili, quindi una persona che fa volontariato, che sostiene campagne pubblicitarie di tipo sociale e si occupa di politica a livello locale probabilmente ci apparirà come una persona socialmente attiva.

Infine cerchiamo di dare un senso ai comportamenti legandoli a particolari caratteristiche di personalità: una persona che occupa un posto di grande responsabilità in un’azienda e che è anche irascibile forse sarà molto competitiva e forse questo può spiegarci sia il suo successo lavorativo sia i suoi scoppi d’ira.

Nella ricerca di una spiegazione plausibile le nostre speranze e i nostri desideri ci influenzano: di solito cerchiamo prove che ci permettano di confermare la conclusione a noi più gradita. Se una persona ci piace probabilmente interpreteremo i suoi comportamenti in modo più positivo, trovando una spiegazione che non ci costringa a modificare negativamente la nostra opinione.

E’ invece nel momento in cui siamo fortemente motivati a costruire impressioni davvero accurate che facciamo uno sforzo in tal senso, ad esempio quando dobbiamo affidare all’altro un compito importante o lavorarci insieme o in tutte quelle situazioni in cui ci interessa avvicinarci all’immagine reale dell’altro qualunque essa sia.

Una volta che ci siamo fatti un’opinione sull’altro la useremo per orientare i nostri comportamenti, le nostre relazioni, i nostri giudizi: se cerchiamo un collaboratore affidabile non sceglieremo un candidato che non ci sembra tale perché magari arriva in ritardo; se vogliamo un coinquilino con cui divertirci preferiremo probabilmente quello a cui piace organizzare delle feste; se per noi in amicizia la sincerità è importante tenderemo a non approfondire i rapporti con chi non si comporta in modo trasparente e così via.

Ciò significa anche che i comportamenti che gli altri hanno nei nostri confronti potrebbero essere non tanto legati a loro caratteristiche di personalità, ma all’immagine che spesso inconsapevolmente diamo di noi stessi e al modo in cui i nostri comportamenti sono interpretati. Per questo motivo in terapia uno degli aspetti su cui spesso si lavora è il diventare più consapevoli degli effetti che i nostri atteggiamenti possono avere sugli altri.

Una volta che ci siamo costruiti un’impressione dell’altro non è facile modificarla, neanche quando scopriamo che l’impressione iniziale non era accurata o era falsa. Mentre conosciamo l’altra persona e raccogliamo altre informazioni infatti tendiamo a valorizzare di più gli indizi coerenti con l’idea che già abbiamo, interpretiamo i nuovi indizi in modo da adattarli all’immagine che già ci siamo costruiti e inoltre tendiamo a trattare le altre persone in modo coerente con le nostre aspettative. In questo modo spesso senza rendercene conto noi stessi suscitiamo negli altri proprio i comportamenti che ci aspettiamo da loro e così non siamo costretti a cambiare opinione sull’altro, ma anzi continuiamo a rinforzare l’idea che ci eravamo fatti.

Questo significa che soprattutto quando ci troviamo in difficoltà con una persona dobbiamo chiederci tra le altre cose se non siamo proprio noi a interpretare in modo negativo tutti i suoi comportamenti o provocare inconsciamente determinati comportamenti da parte sua.

Ad esempio, possiamo provare istintiva antipatia per un’altra persona, perché i suoi comportamenti e atteggiamenti ci appaiono sgradevoli e magari ci sembra che nel tempo quella persona si sia comportata in modo negativo. In base all’opinione che ci siamo fatti possiamo finire per dare molto peso a tutto ciò che ci conferma questa idea, ignorando i momenti in cui l’altro si è comportato bene o interpretando tutti i suoi comportamenti in modo negativo, ad esempio pensando che abbia agito in modo falso, magari per ottenere qualcosa. Possiamo cercare attivamente prove della sua cattiveria facendoci raccontare altri episodi in cui non si è comportato bene e possiamo addirittura fornirgli nuove occasioni per darci prova della sua negatività, ad esempio provocandolo apertamente o comportandoci senza rendercene conto in modo tale da farlo arrabbiare o da suscitare le sue critiche. Ma se un giorno quella persona facesse qualcosa di positivo, di così positivo da entrare palesemente in contrasto con l’opinione che ci eravamo costruiti? Potremmo ancora negare l’evidenza?

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Ebbene sembra proprio di sì! Quando siamo motivati a non cambiare la nostra opinione sull’altro la nostra mente si sforza di tenere insieme le informazioni incoerenti: cerchiamo una spiegazione e un senso a quel comportamento inaspettato e spesso ne troviamo la causa in situazioni particolari e circoscritte.

In realtà è quando ci troviamo di fronte a comportamenti inaspettati forti, estremi e non ambigui, per quali non troviamo nessuna spiegazione plausibile o quando siamo fortemente motivati a cambiare idea che abbiamo più probabilità di fare uno sforzo ulteriore, modificando l’immagine che abbiamo dell’altro.

Ne deriva quindi che se ci rendiamo conto di aver dato all’esterno un’immagine che non ci piace o che non è in linea con ciò che sentiamo di essere o con ciò che siamo diventati, allora dobbiamo innanzitutto imparare a riflettere sul nostro comportamento, renderci conto che gli altri si sono abituati a vederci in un certo modo e impegnarci ad agire diversamente, in modo chiaro e coerente.

Bibliografia

E.R. Smith, D.M. Mackie, Psicologia Sociale, Ed. Zanichelli, 2004