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Insonnia, ansia e stress: se tra benzodiazepine e pensieri lieti ci si dimentica di ascoltarsi

Qualche giorno fa sul Corriere della Sera è stato pubblicato un articolo dal titolo “Milano non sa dormire. Contro stress e ansia in farmacia si vendono 100 sonniferi al minuto”

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L’articolo riporta i dati di una ricerca condotta dalla società New Line ricerche di mercato, secondo la quale ogni giorno nella città di Milano vengono vendute 6100 confezioni di farmaci per dormire. Stiamo parlando di oltre 128 mila pillole o dosi di gocce acquistate in 24 ore. I sonniferi rappresenterebbero il 6% dei farmaci venduti ogni anno e a farne uso sarebbe l’11% della popolazione sopra i 18 anni. In realtà i dati sul numero di abitanti ci dicono che anche nelle altre città si fa un certo uso di farmaci per dormire: a Roma li utilizzerebbe il 12% della popolazione, a Torino il 13%, a Firenze il 14%, a Bologna il 15%.

Gli esperti intervistati affermano che stress e ansia sono la prima causa di insonnia e che i farmaci più utilizzati sono le benzodiazepine, cioè medicinali che andrebbero venduti solo dietro ricetta medica e che andrebbero utilizzati sotto controllo medico e per periodi di tempo limitati, poiché possono avere effetti collaterali e generare dipendenza.

Ora, l’esperienza in realtà ci dice che diverse persone usano questi farmaci per periodi di tempo molto prolungati, anche a vita, senza farsi monitorare da alcun professionista, ottenendoli talvolta anche senza ricetta medica, con il concreto rischio di sviluppare una dipendenza e senza risolvere il proprio problema. Quando il medico prescrive farmaci del genere solitamente le raccomandazioni sul loro uso o l’eventuale consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico passano in secondo piano e non è affatto detto che vengano seguiti. Sebbene infatti in certi casi i farmaci siano utili e talvolta indispensabili, l’idea di poter mettere a tacere l’ansia e lo stress con una pillola o qualche goccia risponde proprio al tipo di società in cui siamo immersi: una società del fare, dove si va di fretta, dove i malesseri fisici e psichici vengono trattati come seccature o vergogne da eliminare perchè dobbiamo essere in forma e sorridenti e chi si ferma a guardarsi dentro e intorno rischia di perdersi nei propri baratri interiori o di sentire che tanto non c’è soluzione, provando ancora più infelicità e frustrazione.

Dunque preoccupa, ma non stupisce, che nell’articolo non si faccia il minimo accenno allo psicologo come figura che può essere di aiuto in situazioni simili e che invece si riporti l’opinione di un noto avvocato matrimonialista, il quale afferma: “Sono arrivato alla conclusione che per addormentarsi tranquillamente bisogna sempre pensare alle cose liete”.

Premesso che quando si parla di disturbi del sonno è sempre bene verificare che non vi siano alla base problematiche di tipo organico, certi “consigli” appaiono riduttivi e banalizzanti. E’ un po’ come confidare un periodo di difficoltà a un amico o a un familiare e sentirsi rispondere “non pensarci”, “passerà”, “sei solo stressato”, “ti lamenti sempre”, “sei troppo ansioso”, “non è nulla, sei esagerato”, “e cosa dovrei dire io allora?” e altre risposte di questo tenore che fanno ben intuire quanto certe difficoltà negli altri possano essere vissute con fastidio o appunto con ansia, tanto da essere liquidate in tal modo.

Ansia e stress sono qualcosa che noi tutti conosciamo, magari non siamo persone particolarmente soggette a questi vissuti, ma ci sarà capitato almeno una volta nella vita di provarli dentro di noi. Possiamo vivere momenti di stress tutto sommato circoscritti e temporanei, pensiamo ad esempio a un esame o a un impegno lavorativo particolare, ma anche eventi generalmente considerati gravosi come la perdita del lavoro, un trasferimento, un divorzio, una malattia, la perdita di una persona cara. Possiamo anche arrivare a vivere la maggior parte della nostra vita in ambienti stressogeni, pieni di pressioni, in cui non ci troviamo bene con gli altri, in cui ci viene chiesto troppo o non ci sentiamo valorizzati, in cui cerchiamo di conciliare tutto correndo qui e là come trottole impazzite, in cui vorremmo ma sentiamo di non potere. A volte l’ambiente stressogeno è dentro di noi, i conflitti interiori diventano tali da non farci godere niente del nostro quotidiano e non c’è esperienza rilassante che tenga. Concentrarsi sulle cose positive, così come imparare delle tecniche di rilassamento o avere alcuni accorgimenti prima di andare a dormire (ad esempio evitare attività troppo stimolanti per il cervello), può aiutarci a rilassarci nei momenti più critici, ma questo certamente non basta se non ci diamo anche il permesso di sentire l’ansia, di interrogarla, esplorarla, di capire come funziona.

Per gestire l’ansia dobbiamo imparare a conoscerla, altrimenti possiamo solo cercare di bloccarla, di estirparla come se fosse qualcosa di estraneo e disdicevole, ma l’ansia c’è per un motivo, dice qualcosa di noi e della nostra vita, ci parla, ci dice che qualcosa non torna, che dobbiamo prenderci cura di noi. Forse abbiamo paura di ascoltare, ma seppellirla sotto un mucchio di pensieri lieti o di pillole rischia di renderla più forte. I pensieri lieti, le esperienze positive, le piccole gioie non devono diventare il classico tappeto sotto cui nascondere la polvere, né corde a cui restare disperatamente aggrappati sperando che non si consumino – nè tantomeno limitarsi a ostentazioni di finto benessere – ma casomai i pioli di una scala che attentamente intrecciata ci aiuta a calarci nelle profondità di ciò che non va con meno paura, con l’obiettivo di fare chiarezza, accettare certe nostre fragilità e potenziare le nostre risorse, capendo cosa è in nostro potere cambiare e come per avere una qualità di vita migliore.