Archivio degli autoriEmanuela Piombo

Chi sono le “generazioni sandwich”?

Sono le generazioni “di mezzo”, schiacciate tra la generazione precedente e quella successiva. Solitamente ci si riferisce alla generazione adulta, che si trova a occuparsi contemporaneamente dei genitori anziani e dei figli, spesso ancora piccoli o adolescenti, in una fase in cui sussistono ancora gli impegni lavorativi e la gestione della vita di coppia e delle relazioni esterne alla famiglia. Sempre più spesso però questo schiacciamento riguarda anche la generazione dei nonni, che talvolta hanno genitori molto anziani e al contempo rappresentano un supporto pratico fondamentale per i propri figli adulti, ad esempio a livello economico e nella gestione dei nipoti.

Oggi l’aspettativa di vita è aumentata rispetto al passato, la vecchiaia si prolunga e sebbene molte persone mantengano a lungo una vita attiva, l’avanzare dell’età e l’emergere di problemi di salute spesso comporta l’emergere di bisogni di cura e accudimento da parte della generazione anziana.

Al contempo si tende a fare figli sempre più tardi e spesso i figli raggiungono tardivamente l’autonomia e restano più a lungo nel nido familiare. Anche quei figli che si autonomizzano relativamente presto d’altra parte possono continuare ad avere necessità di supporto pratico, ad esempio a livello economico e nella cura dei figli piccoli.

Ecco che chi fa parte delle “generazioni di mezzo” spesso si trova a gestire molteplici ruoli e a vivere un carico di responsabilità molto impegnativo, all’interno di una società piuttosto improntata alla performance, alla perfezione, al controllo.

Spesso proprio in quella fase di vita in cui si avverte il bisogno di rallentare, di riprendersi i propri spazi, di coltivare interessi e benessere personale, si finisce per restare schiacciati. Molti pazienti portano la loro frustrazione e la loro fatica nel dover contemporaneamente lavorare, tenere in piedi lo spazio di coppia e le amicizie, accudire i genitori anziani e i figli piccoli o adolescenti. A volte sono i nonni a portare la stanchezza e la fatica di doversi occupare di genitori molto anziani e dei nipotini. Spesso è difficile condividere i propri sentimenti, perchè ci si sente allo stesso tempo stanchi, frustrati e però in colpa nel pensare e provare certe cose.

A volte si è anche convinti di dover fare tutto, bene, con il sorriso e di dovercela fare sempre da soli.

Spesso è anche la fase in cui bisogna affrontare anche cambiamenti personali e fisici impegnativi. Emerge la paura di invecchiare e si può fare grande fatica anche ad affontare la vecchiaia e la morte dei propri genitori anziani e la crescita dei figli.

Talvolta può risultare faticoso chiedere aiuto, ma bisogna ricordare che nessuno di noi è un super-eroe e che è importante concedersi uno spazio per fermarsi, ascoltarsi, condividere, perchè certe fatiche sono più che comprensibili.

Il supporto psicologico può essere utile per dare spazio alle emozioni più faticose e per attivare possibili risorse personali, familiari, sociali al fine di cercare un equilibrio più sostenibile.  

ENDOMETRIOSI: RITARDO DIAGNOSTICO E SOFFERENZA PSICOLOGICA

In Italia, secondo il Ministero della Salute, le persone con diagnosi di endometriosi sono circa tre milioni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo sono 190 milioni le donne in età riproduttiva affette da endometriosi.Non si tratta di una malattia rara, ma di una patologia che rischia ancora oggi di essere “invisibilizzata”. Uno dei problemi principali èil ritardo diagnostico, che si stima essere in media di ben 10 anni.

Tra i fattori che contribuiscono al ritardo diagnostico:

  • Normalizzazione del dolore:la convinzione che il dolore, in particolare quello mestruale, sia normale per la donna e che quindi va sopportato spesso rende più difficile chiedere e trovare aiuto in tempi rapidi
  • Stigmatizzazione delle pazienti:l’esperienza di moltissime donne è quella di non essere creduta rispetto ai sintomi.Sei esagerata, lamentosa, ansiosa, depressa, pazza, hai una bassa soglia di sopportazione del doloresono cose che spesso le pazienti si sentono dire. Anche dopo una diagnosi capita che i sintomi non vengano presi sul serio, rimandando chenon è possibile provare tutto quel doloreo chenon è possibile che ci siano quei sintomi, sicuramente non sono collegati con la malattia. Ecco che la paziente non è più vista come portatrice di un problema da comprendere, ma diventa lei stessail problema.
  • Psicologizzazione dei sintomi:alle pazienti capita di sentirsi dire cheevidentemente hanno un problema psicologico.Psicologo e psichiatra – a seconda dei casi – possono offrire un supporto importante nell’accoglimento della sofferenza, accompagnando nell’affrontare gli effetti emotivi, relazionali, sociali della malattia. Non bisogna invece cercare a tutti i costi cause psicologiche alla base della malattia: spesso arrivano pazienti a cui è stato detto che l’endometriosinasce da un trauma subito o deriva dal rifiuto della femminilità.Pensare che sia una patologia psicosomatica è fuorviante e crea ulteriore difficoltà nelle pazienti e ritardo nella presa in carico della malattia organica.
  • Doctor shopping:le pazienti prima di arrivare a una diagnosi vagano da uno specialista all’altro, da un esame invasivo all’altro, alla disperata ricerca di qualcuno che le prenda sul serio e le aiuti. Anche dopo la diagnosi non è detto che si trovi subito lo specialista “giusto”, che segua la paziente in modo attento e personalizzato lungo tutto il percorso della malattia, che è cronica.

Tutti questi aspetti hanno impatto sulbenessere fisico e psicologico.Spesso si arriva alla psicoterapiaprovate dal lungo percorso affrontato, oltre che dalla diagnosi in sé e dall’incertezza per il futuro.

Rivolgersi auno psicologo che conosca la malattia diventa importante, perché:

  • Sa di cosa si sta parlando, non c’è bisogno di spiegare da zero tutto ciò che riguarda la malattia, maci si può concentrare sulla situazione specifica di quella paziente, sulla sua esperienza soggettiva di malattia, sui suoi vissuti personali
  • Non si mette in dubbio la patologia organica:si viene ascoltati, creduti, non si viene derise, negate o colpevolizzate
  • Non si cerca di psicologizzare tutto:ci si concentra su come si vive l’esperienza di malattia, sull’impatto nei vari ambiti di vita, su come trovare le proprie strategie per affrontarla al meglio.Anche quando emergono difficoltà psicologiche insorte prima della malattia o funzionamenti di personalità disfunzionali, bisogna ricordare che questi aspetti possono influire nel modo di vivere la malattia, non ne sono la causa.

Endometriosi e riconoscimento di sè

Un aspetto che emerge spesso nel lavoro con le donne affette da endometriosi e/o adenomiosi riguardala sensazione di non essere o non essere state ascoltate, credute, prese sul seriorispetto ai propri sintomi fisici e alle difficoltà che ne derivano.

Un’esperienza che accomuna molte pazienti, le quali spesso affrontano una sorta dilungo e sfiancante “pellegrinaggio”da un professionista all’altro, nel tentativo di trovare soluzione e spiegazione al proprio problema.

Le pazienti riportano di essersi sentite non ascoltate, banalizzate o colpevolizzate, fin da subito o a seguito di approfondimenti sanitari che non hanno portato a chiarire il problema.Molte donne raccontano di essersi sentite dire che il dolore è normale, che non sono capaci di sopportarlo, che non c’è nulla che non vada e dunque il problema deve essere psicologico o che con una gravidanza tutto passerà. Finiscono dunque per continuare nella loro ricerca di aiuto o per convincersi (o almeno provarci) che i loro sintomi siano davvero normali o frutto di stress. Nel corso del tempo però dolore fisico e sofferenza emotiva aumentano. I vissuti di sfiducia, rabbia, tristezza, colpa, vergogna e impotenza sono molto frequenti e si perde inoltre tempo prezioso prima di giungere finalmente a una diagnosi chiara.

L’esperienza di non sentirsi ascoltate e aiutate peraltro si ripresenta spesso anche in seguito, in quanto la malattia cronica richiede ulteriori controlli ed interventi e il suo decorso non è per tutte uguale. Inoltre può essere difficile far comprendere la propria situazione e le proprie difficoltà in famiglia, sul lavoro, agli amici.

Nei colloqui di supporto psicologicoemerge spesso che questa dolorosa sensazione di non essere viste e comprese, ma anzi sminuite, derise o colpevolizzate non è nuova. Si tratta di un’esperienza che già può essere presente – o esserlo stata in passato – rispetto ad altre situazioni di vita, ambiti relazionali (famiglia, coppia, amicizie, lavoro) o rispetto temi specifici che vanno al di là della malattia. In alcune situazioni si è sperimentato un non riconoscimento ampio e pervasivo dei propri vissuti, pensieri, scelte di vita.

Trovarsi nuovamente e ripetutamente esposte a queste esperienze rischia di amplificare le emozioni spiacevoli e le conseguenti reazioni, di riaprire vecchie ferite, di rendere ancora più faticose le relazioni con gli altri, oltre che l’accettazione di sé e della malattia.Il bisogno, comprensibile, di versi riconosciute e legittimate nelle proprie sofferenze rischia di diventare così forte che tutta l’attenzione si concentra sull’altro e sulle tante aspettative frustrate, perdendo di vista se stesse.

Nel lavoro di supporto psicologico diventa quindi importantecreare uno spazio in cui le problematiche fisiche e le fatiche emotive possano essere prima di tutto espresse e credute, per poi iniziare a lavorare su di sé e sulla possibilità di attivarsi per costruire una migliore qualità di vita e relazioni interpersonali più equilibrate.

Ascoltare e riadattarsi

In questo lungo periodo di emergenza sanitaria e di lock down ho pensato spesso a cosa avrei potuto scrivere, a quali riflessioni proporre, a quali “consigli” sarebbe stato utile dare. Siamo stati bombardati di notizie, informazioni, indicazioni e in molti hanno “detto la loro”, in modo in realtà non sempre appropriato. Personalmente ho sentito preferibile stare nella situazione e dedicare spazio all’ascolto, di me stessa e dei pazienti. Sono stati mesi in cui ho accolto emozioni e riflessioni che talvolta potevano apparire contrastanti, ma che di fatto coesistevano in una situazione che, tuttora, è per molti versi confusa. Non esistono modi “giusti” o del tutto prevedibili di affrontare quanto è accaduto e sta accadendo e come professionisti è nostro compito esserci, ascoltare, contenere tutto ciò che emerge. La crisi ha colpito a molti livelli ed è andata a toccare corde differenti in ciascuno, in base al funzionamento di personalità, alle esperienze concrete vissute, ai contesti e alle condizioni di vita.

Paura, rabbia, angoscia, delusione, noia, impotenza, confusione. Ma anche benessere, scoperta, risorse positive. Ho ascoltato il desiderio, talvolta bisogno urgente, di “tornare come prima”, esattamente così e subito, altrimenti niente. La paura che “come prima” non si tornerà più. Al contempo la paura di contagiare, contagiarsi, ripiombare nell’emergenza. La malattia come qualcosa di lontano o al contrario vissuto sulla propria pelle. Il lutto che in assenza della consueta ritualità ha dovuto trovare nuove strade di elaborazione. La rabbia per i limiti imposti, ma anche dovuta all’angoscia perché ci si è trovati esposti alla precarietà, alla perdita improvvisa, spesso senza aiuti concreti. La solitudine. La scoperta che gli altri sono importanti, ma anche che si è capaci di stare da soli. La possibilità di fermarsi e finalmente riposare, ma anche l’impossibilità di farlo perché schiacciati da un numero ancora maggiore di incombenze quotidiane. Il vuoto che in realtà è pieno di cose, la scoperta che si può stare faccia a faccia con sé stessi o che si ha troppa paura per farlo. La difficoltà a confrontarsi con l’attesa, ma anche la capacità di affrontarla perché è qualcosa che si conosce bene. La sensazione che ci sia un’energia che vorrebbe venire fuori, ma è difficile darle una forma perché ci si sente annebbiati, stanchi. La consapevolezza che senza “rumore di fondo” sono rimaste le cose essenziali, quelle importanti, ma anche che a volte sono proprio quelle a non andare come vorremmo ed è venuto il momento di occuparsene invece di continuare a scappare.

Nella crisi c’è anche l’opportunità, ma prima è normale che ci siano confusione e paura. C’è lo sconforto di chi non sa in che direzione andare. C’è la lotta di chi pesta i piedi perché non è questo quello che voleva. Arriva però anche il tempo dell’adattamento, che non significa non-vivere o vivere un surrogato di ciò che era prima, ma accettare che qualcosa è accaduto, che non esistono magiche macchine del tempo, ma possiamo provare a costruire nuovi equilibri che tengano insieme realtà e bisogni. Siamo capaci di farlo, tutta la nostra vita è stata un continuo ri-adattarsi ai cambiamenti fuori e dentro di noi. Possiamo farlo ancora, dobbiamo provarci ancora, perché nonostante tutto siamo qui, respiriamo, pensiamo, proviamo emozioni, insomma siamo vivi.

Esprimersi attraverso l’arte

L’arte è una forma di linguaggio non verbale che da sempre permette di esprimere emozioni e punti di vista sul mondo e che può suscitare in noi riflessioni e sensazioni anche intense.

Nei musei troviamo le più alte espressioni artistiche, ma anche nel nostro piccolo l’arte può diventare un mezzo per rilassarsi ed esprimersi: basti pensare alle situazioni in cui ascoltare della musica ci fa sentire meglio o ai momenti in cui ci viene spontaneo scarabocchiare un pezzo di carta per concentrarci o per scaricare la tensione. Tutti abbiamo una parte creativa e alcune persone mantengono un contatto con essa per lavoro o per hobby, ma nella maggior parte dei casi non abbiamo tempo oppure siamo fermamente convinti di non essere capaci di creare qualcosa.

I bambini sono di solito più abituati ad esprimersi usando colori, paste modellabili, costruzioni, ma anche inventando favole e canzoni. Crescendo di solito viene loro chiesto di dedicare maggiore tempo ad altre attività o di apprendere una qualche tecnica artistica. Ad esempio a scuola si insegna ai bambini a disegnare “bene”, spesso ad essere lodati sono i lavori più ordinati, allegri e realistici: i bambini possono convincersi precocemente di non essere capaci e talvolta davanti a un foglio bianco lamentano di non sapere cosa disegnare, faticando a lasciarsi andare spontaneamente. Da adulti poi usare materiale artistico può apparirci qualcosa di infantile, di inutile o di impossibile senza il possesso di adeguate conoscenze e abilità.

In realtà l’arte è prima di tutto uno strumento di espressione di sé e quindi possiamo provare ad abbandonarci al piacere di creare per creare: non dobbiamo dare vita a un prodotto esteticamente gradevole o tecnicamente perfetto, ma semplicemente lasciarci andare. L’arte ci aiuta infatti a connettere la nostra interiorità ed il mondo esterno. Ascoltarsi e riversare liberamente su un foglio forme, colori, immagini e parole ci aiuta di per sé a scaricare la tensione e ad attivare i nostri sensi. Possiamo poi osservare la nostra opera dall’esterno, in modo più distaccato, senza “psicanalizzare”, ma più semplicemente cogliendo le nostre sensazioni durante la creazione e individuando gli aspetti del prodotto che ci incuriosiscono o che ci ricordano qualcosa di noi e della nostra vita.

Disegnare, pitturare, colorare, comporre collage, usare la creta, scrivere e fare fotografie sono alcune azioni che possono aiutarci soprattutto nei periodi di confusione e stress o quanto accadono eventi importanti che non riusciamo magari a condividere ed esprimere a parole. L’arte infatti ci permette di “tirare fuori” ciò che abbiamo dentro in modo più immediato, di osservare dall’esterno e poi di riappropriarci di ciò che è nostro in una forma diversa.

Esercizi semplici ma molto utili in tal senso sono la costruzione di un diario visivo in cui tracciare quando ne sentiamo il bisogno opere grafiche del tutto spontanee oppure dedicare pochi minuti al giorno alla scrittura delle nostre sensazioni percettive ed emotive in quel momento. Riguardare anche a distanza di tempo ciò che si è prodotto è utile per cogliere i propri stati d’animo, per scoprire nuovi aspetti di sé e per rendersi conto che nonostante le difficoltà siamo sempre in cambiamento e andiamo avanti.

Oltre la paura per conoscere i figli adolescenti

Capita spesso che i genitori portino in terapia il proprio figlio adolescente o pre-adolescente bollandolo come “il problema” o definendo i suoi comportamenti come problematici. Talvolta sono presenti sintomi veri e propri che parlano di una sofferenza già molto profonda, in altri casi i genitori riportano che i figli non ascoltano, non si impegnano, non dialogano con loro, passano tutto il tempo con gli amici o chiusi in casa. Elemento comune è di solito la rigida focalizzazione sugli aspetti negativi,ma se il figlio si sente solo “un problema” e non una persona degna di parola, allora difficilmente si potrà lavorare insieme e trovare una soluzione.

Siamo forse poco abituati a pensare all’adolescenza al di là degli aspetti di crisi, come fase che ha in sé anche elementi positivi o quantomeno di potenziali risorse.L’adolescente non è bambino, non è adulto, ma è personacon i suoi pensieri, vissuti e caratteristiche, seppur in trasformazione. Spesso la comprensibile angoscia e rabbia degli adulti impedisce di porsi una domanda importante:quanto conosco mio figlio come persona?sono in grado di descrivere cosa gli piace, cosa pensa, cosa desidera o come funziona nelle diverse situazioni? Spesso non si riesce ad andare oltre le etichette rigide e stigmatizzanti, ma bisogna sforzarsi di osservare sospendendo il giudizio e ritrovare una curiosità per quel figlio che pure può apparire lontano.

Talvolta la curiosità è bloccata dalla paura.Molti genitori vorrebbero che il figlio tornasse “come prima, quello che è davvero”, intendendo il bambino dolce e simpatico che è stato fino a un certo punto.In realtà il figlio cresce ma è sempre lui, non accettare che possa tirare fuori parti di sé che magari non ci piacciono o ci mettono in crisi significa lanciare un messaggio pericoloso: non vai bene, sei sbagliato. Chiusura, vergogna, senso di colpa, fino all’esplosione di sintomi anche importanti rischiano di essere la risposta.

Spesso mi è capitato di incontrare ragazzi con una grande confusione e sofferenza interiore, impossibilitati ad esprimersi perché timorosi di ferire gli adulti, di essere disapprovati, di non essere aiutati. Una volta un genitore ha raccontato“mio figlio mi guarda con degli occhi che vorrebbero dire tanto, ma non dice, come se aspettasse che io lo legga dentro, ma io non sono capace”. In effetti è proprio così, molti ragazzi sperano che gli adulti siano in grado di immaginare cosa provano, cosa vivono, di cosa hanno bisogno, che siano loro ad aiutarli a fare chiarezza, a dare un nome alle cose e a rassicurarli del fatto che sono normali, contenendoli, trovando insieme una soluzione. La delusione è grande quando i genitori non riescono mai a fare questo: se non sono comprensibile neanche ai miei genitori, come potranno comprendermi gli altri? vuol dire allora che sono sbagliato?

Spesso gli adulti riferiscono di sentirsi estromessi dalla vita dei figli, ma al contempo può emergere la paura di conoscere o una scarsa curiosità.Quanto siamo capaci di osservare, dialogare, ascoltare senza proporre subito i nostri giudizi e punti di vista e senza dare per scontato di sapere tutto o di essere stati figli “migliori”?Se oggi i figli sono l’apice della realizzazione personale, se ogni difficoltà diventa prova della propria incapacità genitoriale, allora il rischio è essere guidati dalla paura, lasciare i figli da soli allo sbaraglio o diventare eccessivamente rigidi per poi scaricare su di loro la colpa se qualcosa va storto.

Le difficoltà dei genitori sono assolutamente comprensibili, ma è importante che loro per primi siano onesti rispetto ai propri sentimenti e difficoltà, che d’altra parte non riguardano solo i comportamenti dei figli, ma anche ciò che capita in altre aree della vita. Ciascuno ha i propri pesi quotidiani da gestire e adolescenza significa anche accettare che i figli crescano, che i nonni invecchino, dovere reinvestire su di sé e sulla coppia. Non è semplice stare dietro agli equilibri che cambiano, ma invece di nascondersi è importante dialogare e costruire una rete di supporto. Se i figli diventano il capro espiatorio o portatori di pesi che non competono loro il rischio è che tentino una sfida impossibile: non crescere, chiudendosi o costruendo un’identità negativa, consentendo ai genitori di deviare su di loro tutta la tensione.

Dobbiamo anche chiederci che idea della crescita, dell’adolescenza e dell’età adulta trasmettiamo ai ragazzi di oggi, anche sulla base delle nostre esperienze passate. Se l’adolescenza è per forza “tutto rose e fiori” come potrò confidarmi con gli adulti quando mi sento confuso e per nulla felice? Se ci si aspetta che io diventi adulto e autonomo tutto d’un colpo come potrò chiedere aiuto se non mi sento capace? come posso crescere con fiducia se diventare grandi vuol dire recidere i legami familiari ed entrare in un mondo adulto fatto solo di fatiche e delusioni? I nostri racconti, i nostri atteggiamenti influenzano le convinzioni dei ragazzi, che oggi spesso partono già spaventati dal futuro.

Proviamo a non pensare all’adolescenza come alla fase in cui si spicca il volo, ma al momento in cui si costruiscono gli strumenti per farlo più avanti.C’è bisogno di allontanarsi un po’ per sperimentare e poi tornare al porto sicuro per elaborare le esperienze fatte, c’è bisogno di adulti che ascoltino ed insegnino ad ascoltarsi, conoscersi, trovare dei confini adeguati. Provocazioni, litigi, ambivalenze e malumori non sono un rifiuto, ma un tentativo di testare la tenuta dei legami e così il lassismo o l’eccessiva rigidità diventano segnali di abbandono. Non evitiamo dunque il conflitto, ma facciamo sì che diventi uno spazio per scontrarsi e incontrarsi, riconoscere limiti e risorse, sperimentarsi con la consapevolezza che i legami affettivi restano saldi.

Supporto psicologico Online

E’ possibile richiedere colloqui di supporto e psicoterapia online, mediante la piattaforma Google Meet. Durante il primo contatto telefonico sarà possibile valutare insieme se la modalità online sia quella più idonea al tipo di richiesta.

I colloqui hanno una durata di circa 50 minuti.

Come funziona?Telefonando al numero 370-1016616 sarà possibile un primo contatto telefonico, per comprendere i motivi della richiesta, valutare se la modalità online sia quella maggiormente idonea, avere tutte le informazioni utili e concordare un primo colloquio.

Prima del colloquiodovrai compilare, firmare ed inviare via e-mail il modulo di consenso informato che ti sarà mandato per posta elettronica e dovrai effettuare il pagamento anticipato del compenso stabilito mediante bonifico bancario all’IBAN che ti sarà comunicato.

Cosa serve?Per usufruire del servizio sono necessari: una buona connessione a internet, un paio di cuffie, un microfono e una webcam. La videochiamata avviene tramite Google Meet: poco prima dell’appuntamento riceverai una e-mail contenente il link che permette di accedere direttamente alla videochiamata.

Ricorda chele consulenze online non vengono registrate e durante le stesse nessun altro oltre alla psicologa sarà presente nella stanza.

Counseling e Psicoterapia a Milano e Online

Stai attraversando un momento della tua vita difficile o confuso a livello personale, di coppia o familiare? Puoi chiedere una consulenza presso lo studio di Milano

Nella vita capita di attraversare periodi complicati, che ci fanno sentire confusi e impotenti. Eventi di vita imprevisti e che “sparigliano le carte”, decisioni da prendere e magari la sensazione di non essere sulla strada giusta o di non sapere in che direzione andare…relazioni che cambiano nel tempo, ma anche la sensazione di essere cambiati noi… spesso si cerca di andare avanti, di “funzionare al meglio” nonostante tutto, ma arriva il momento in cui sentiamo bisogno di uno spazio in cui portare quelle emozioni, quella fatica, quel disagio…

Il supporto psicologico e la psicoterapia individuale, di coppia o familiare, a seconda delle situazioni,possono aiutarti atrovare uno spazio di ascolto, a fare chiarezza e a conoscerti meglio, trovando le risorse per affrontare ciò che stai vivendo

Come fare?Per un primo contatto telefonico puoi chiamare il numero 370-1016616

Potrai spiegare la tua richiesta e ricevere le informazioni che ti servono. Se vorrai fisseremo un appuntamento in presenza o online per valutare il percorso più indicato.

I colloqui si svolgono presso lo studio di Largo Crocetta 2, a Milano, MM Crocetta oppure online su Google Meet. I colloqui hanno una durata di 50 minuti.

Durante il primo colloquio (se in presenza) o prima del colloquio (se online)ti verrà fornito e spiegato il consenso informato, da compilare e firmare.

Il pagamento dei colloqui svolti può avvenire tramite Pos o contanti (se in presenza) o tramite bonifico.

Bambini ed emozioni: niente panico!

14455700_10209674787722434_925215552_oTutti noi sappiamo chele emozioni sono una parte fondamentale della vita, non solo perché provarne è inevitabile, ma perché rappresentano una sorta di bussola che aiuta a capire di cosa abbiamo bisogno. Anche se a volte ci sembra più facile ignorarle o scacciarle in fretta, anche se viviamo in una società poco capace di “stare” nell’emozione e in cui i sentimenti vengono spesso nascosti come qualcosa di inappropriato oppure urlati e sbandierati ai quattro venti, ci rendiamo conto che sarebbe importante imparare a riconoscere e gestire adeguatamente le nostre emozioni.

Anche nell’ambito dell’infanzia si parla spesso dieducazione alle emozioni: i bambini non nascono con competenze emotive innate e hanno bisogno dell’aiuto degli adulti per poteracquisire la capacità di riconoscere, comprendere ed esprimere adeguatamente i loro sentimenti. Ci sono molti libri, giochi e corsi che risultano utili a questo scopo, ma lo sforzo rischia di cadere nel vuoto se l’adulto per primo è poco consapevole di come tratta le emozioni nel quotidiano.

Ad esempioè frequente incontrare genitori che vogliono dare ai propri bambini la possibilità di esprimersi liberamente, ma che poi restano spiazzati quanto ciò accade nel concreto. Ecco allora che la rabbia del bambino, il suo pianto, i suoi capricci mettono in crisi i buoni propositi: ci si sente incapaci, innervositi, stanchi, in colpa. Un bambino felice e sereno in qualche modo ci dice che siamo stati bravi e che siamo “sulla strada giusta”, mentre un bambino che esterna emozioni spiacevoli o reazioni prorompenti ci mette in discussione (e magari nel marasma di impegni quotidiani ci mette in difficoltà e ci fa perdere tempo).

Partiamo da un presupposto:i bambini come noi provano tutta la gamma delle emozioni umane, non possiamo impedirlo. Ciò che serve al bambino è che l’adulto non entri in crisi, ma ascolti, contenga e gli restituisca ciò che sta provando in modo per lui comprensibile. Insieme si potranno anche trovare modi più appropriati di esprimere le emozioni, ma se il fatto stesso che il bambino ne provi e ne esprima ci spaventa o ci infastidisce allora rischiamo di trasmettere l’idea che le emozioni non vanno bene, non sono consentite.

Che cosa ci può essere dunque di aiuto?

  • Lavoriamo sulle nostre emozioni: mostriamo ai bambini che noi per primi siamo capaci di dare un nome alle emozioni, accettarle come qualcosa di umano, esprimerle in modo adeguato e affrontarle senza scaricarle sugli altri in modo incontrollato. I bambini si accorgono delle emozioni degli adulti e sanno bene che a volte i grandi sono incoerenti perché pretendono dai piccoli qualcosa che neppure loro sanno fare.
  • Ricordiamo che i bambini sono persone:certo è piacevole avere a che fare con bambini gentili, pazienti, felici, ma i nostri bambini non sono dei ciocchi di legno! Noi ci arrabbiamo, siamo tristi, annoiati, invidiosi e lo stesso i bambini. Se noi adulti possiamo aver imparato a reprimerci magari in nome dell’educazione, i bambini sono di solito più spontanei e diretti. Tutti possiamo acquisire la capacità di esprimerci in modo appropriato senza per questo negare le emozioni. Molti bambini si domandano perché mai gli adulti possono arrabbiarsi o piangere e a loro invece sembra non essere concesso.
  • Riconosciamo ciò che è nostro: un bambino arrabbiato o triste esprime qualcosa che ha dentro, non ha intenzione di farci sentire inadeguati, frustrati o in colpa, quindi se ci sentiamo così è un nostro problema e se non ce ne occupiamo finiremo per reagire in modo emotivo e incoerente e questo sarà inefficace. A che serve alzare la voce per dire al bambino di non urlare? E riversare sul bambino la nostra frustrazione perché è arrabbiato?
  • Prendiamo per buoni pensieri ed emozioni dei bambini:possono sembrarci inappropriati, irrazionali, andare contro tutti i valori che cerchiamo di insegnare loro, ma sono reali. Limitarci a imporre subito il nostro punto di vista adulto a suon di“non si fa/non si pensa/non si dice” “che sciocchezza” “non è niente/non è possibile”ha il solo effetto di chiudere il dialogo. Ascoltare serve a capire e capire serve a pensare a risposte più efficaci. Anche quando il bambino non sa cosa gli accade o perché ha fatto una certa cosa ricordiamoci che il suonon lo sopuò essere reale: siamo noi a doverlo aiutare a fare chiarezza.
  • Instauriamo un dialogo quotidiano: molti bambini avrebbero piacere di raccontarsi ma non sono abituati a farlo o sentono/temono di essere poco ascoltati. Ascoltare non significa fare un piccolo interrogatorio:Com’è andata? Tutto ok. Cosa hai fatto? Niente. Ti hanno interrogato? No. Cosa hai mangiato? Il solito.Cosa sappiamo di più di quel bambino? Praticamente niente. L’adulto che racconta per primo la sua giornata, evitando di fare l’elenco dei fatti ma raccontando qualcosa in termini emotivamente ricchi favorisce naturalmente nel bambino il piacere di raccontarsi. Allo stesso modo evitiamo di parlare solo quando accade qualcosa di brutto magari facendo ramanzine o proprio interrogatori: il bambino si chiude e quando gli accadrà qualcosa di spiacevole magari non lo racconterà e non chiederà aiuto perché si aspetterà di non essere davvero ascoltato. I bambini che cercando di sbrigarsela da soli “se no gli adulti si arrabbiano o partono in quarta” sono tantissimi.
  • Alleniamo l’arte di accorgerci: osserviamo i bambini nel quotidiano per capire che persone sono, come funzionano, di cosa hanno bisogno. Quando non sapranno cosa accade dentro di loro avremo molti più strumenti per farci noi un’idea e aiutarli a capirsi meglio. Accorgiamoci anche dei bisogni e delle emozioni nascoste sotto certi comportamenti: comportamenti dispettosi, piccole bugie…se ci limitiamo a sgridare e stigmatizzare il comportamento non riusciremo a decifrare ciò che si nasconde dietro e non capire ci impedisce di fare qualcosa di utile.
  • Creiamo momenti di espressione di séanche attraverso canali quali il gioco, il disegno, la scrittura e non spaventiamoci di quello che viene fuori: se il bambino non può incanalare vissuti ed energie neppure in questi modi gli stiamo togliendo ogni possibilità di esprimersi.
  • Il bambino che siamo stati è un punto di partenza: quali bisogni, pensieri, sentimenti, desideri e paure avevamo da bambini nelle varie situazioni? Se ricordiamo sarà più facile metterci nei panni del nostro bambino, perché all’occhio dell’adulto molte cose possono apparire bizzarre o esagerate ma per i bambini sono invece importanti. Non fermiamoci però alè capitato anche a me, so come ci si sente: non siamo esattamente quel bambino, non possiamo sapere se è la stessa cosa, quindi non occupiamo tutto lo spazio con la nostra esperienza ma impariamo ad ascoltare l’altro.